Luoghi della memoria 1998/2000

…nell’afa della mia infanzia, nel silenzio della mia solitudine, nel cuore della mia Sicilia, ero fanciullo, le lucertole ferme sulle pietre roventi, le agavi ondeggianti, io sull’albero d’eucaliptus, il mio albero, gioivo di meraviglia, là tra i rami giocavo mentre il sole mi spiava tra le foglie, non c’erano persone che mi richiamavano, non c’erano bambini con cui dividere la mia selvaggia solitudine…
un’esperienza che mi porto dentro, un ricordo che mi ha condizionato, una via che mi ha indirizzato, un ostacolo che mi ha impedito, una memoria che ritrovo nei luoghi di oggi.

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Dalla mostra “Luoghi della memoria” Mestre (VE) – ottobre 2001

Fausto Raschiatore 

…metafore visive, luoghi immaginari, ricordi raccolti su orizzonti sfumati e lontani, appunti imprecisi e indefiniti collocati nel tempo: “ritratti” e autoritratti del suo mondo interiore. Zzaven ricorda e trasmette il suo passato attraverso la fotografia, che considera il tramite con cui meglio percepisce il suo essere, il suo esistere, e attraverso il quale riesce a comunicare e a relazionare con la gente. L’arte della luce, quindi, come strumento per dialogare con se stesso e con altri. Un’indagine di ricordi “osservati” tra gli spazi e gli amici della sua infanzia: uno studio a forte valenza concettuale, con il quale l’autore racconta il proprio mondo giovanile, tra spazi e segmenti sempre più sfumati, quasi frantumati, al limite dell’astrazione. In questo lavoro, che ha avuto molti apprezzamenti dal pubblico e dalla critica, il reale giovanile dell’autore si dissolve nei ricordi, sul filo della memoria, in una tessitura che col tempo sfuma fino a rarefarsi nel nulla. È la sintesi di un processo interiore: un gioco sottile ed estratto che ripercorre e decodifica situazioni e stati d’animo che la ricerca fotografica in Zzaven materializza in immagini in cui dominano forme e percezioni di luoghi che l’autore coniuga con l’attualità del suo intimo; il suo mondo interiore tra passato e presente, tra realtà e astrazione, in un contesto grafico-tonale gradevole, complesso e articolato.

Dal portfolio pubblicato sulla rivista “Gente di Fotografia” (1999)

Enzo Carli

Leggevo poco tempo fa nell’ultimo libro di Baricco un passo che mi è piaciuto molto. In sostanza: gli uomini hanno delle idee spesso vivono per esse. Ma quando si tenta di esprimerle, queste idee, o di comunicarle, in qualsiasi linguaggio lo si voglia fare, tali idee perdono la scintilla che gli ha dato origine, smettono di essere “oneste”. Tutto ciò che facciamo per renderle comprensibili ad altri è sottoporle ad una forma di prostituzione che ci allontana sempre più dalla purezza e dall’immediatezza del caos della nostra idea originale. Le idee sono “apparizioni provvisorie di infinito”; mentre le idee chiare e distinte, quelle non sono idee. A mio avviso, parlando di fotografie, esse sono tanto più belle quanto lontane dal tentativo di esprimersi. Le fotografie di Angelo Zzaven sono particolari ed evocative: particolari per le sfumature del bianco e nero che appannano i soggetti, sebbene questi non sembrino veri e propri soggetti, ma piuttosto distorsioni e curve della memoria; evocative perché cariche del concetto che le ha originate, ovvero la reminiscenza, il passato, il tempo, cose che sanno di nostalgia e purezza, che ricordano profumi, momenti, attimi e silenzi, che ci portano al riparo in quel delizioso rifugio che è a volte la memoria. Inoltre le sue fotografie sono eleganti, ma di un’eleganza non ostentata, ma dimessa, restia, a tratti imbarazzata. Questo per la forte introspezione che è contenuta in esse, per quell’autobiografismo dell’anima che non possiede, per definizione, figure retoriche e plateali. Le sue idee non sono chiare e distinte, al contrario come la memoria, sono sfuocate e vaghe. E questo, ripeto, è spesso un bene. Spero vorrà continuare a cercare dentro il suo ripostiglio, quegli angoli nascosti della prima giovinezza affinché prendano forma nel linguaggio delle immagini. Attraverso questa ricerca gli riuscirà di captare con un raggio di luce, tutto quello che la fotografia può esplorare; il vissuto incantato di un bimbo “nascosto su un ramo del suo albero” che guarda il mondo magico intorno a lui. L’emozione più forte che la fotografia può evocare è quindi nel restituirci questi spezzoni sospesi dal tempo, per il suo e nostro godimento interiore.

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Da: “Quaderni di Fotografia” CF MicroMosso Dicembre 2011
Giulia Berardi, Gianni Mazzesi, Vania Paganelli, Lucia Pulvirenti

“La verità non può venire al mondo nuda, anzi è venuta nei simboli e nelle figure.
C’è una rinascita, e c’è rinascita in figure.
In verità essi dovranno rinascere in grazia della figura”.
(Vangelo gnostico di Filippo)
Ponendoci di fronte alle immagini di Angelo Zzaven, iniziamo immediatamente a trattenere il respiro perchè esse esitano a mostrarsi, attendono impazienti il dono del nostro sguardo.
E’ il caso anche di questi “Luoghi della memoria”.
Essi contengono tempo e mantengono verità verso l’assoluto, insieme ad una certa grazia piena di disclessica visualità.
Eppure offrono un riparo dall’ovvio e rimandano un ad continuum visivo e sonoro, richiamando quel perenne luogo vuoto dell’anima, che deve prima o poi essere ripreso nelle proprie mani, per mostrarsi alla piena vita.
Queste sono scale affrontate con piccoli piedi, corrimani e spiagge e piante, quelle che, come natura imprigionata alla luce, cercano di nascondersi alla vorace dilatazione dell’occhio,  intimidite dalla pienezza univoca del presente.
Paradosso dell’immagine Zzaveniana, esse possono iscriversi sia al registro del documento storico e biografico, come a quello sperimentale della ricerca onirica e psichica.
Egli così facendo, si “prende gioco” di sé, richiamando l’egoigo mistero della memoria, che si insinua come nostos, rimandandola poi ingrandita a noi che meditiamo, certi di capire di fronte a queste fotografie.
Immorali per nitidezza e crude per attinenza al luogo, il loro significato ci giunge tramite la somiglianza delle differenze, incastrandoci coerentemente in una rete uniforme di “noncolore”.
Ma la verità più estrema risalta tutta intera in quell’altalena, unica giocosità davvero liberante al cielo, unico spazio del diletto di un tempo/bambino che pare imprigionato tra il ferro e i rami scarni del mondo, di un’isola che non concede fughe.
L’assulutezza che trasmettono è proprio nella ricerca di quell’isola interiore, in quella foto quasi sognante di una spiaggia tutta propria, egoico pensiero appunto, dove potersi sentire lontano dagli adulti per fantasticare in assoluto, per scoprire tutto di sé, nudi al sole.
Ma come dice Filippo nel suo Vangelo gnostico, la verità non può venire al mondo nuda, rinasce in figure.
Ecco allora perché, queste figure aspirano a verità, perché il senza tempo è, e il tempo non è ancora. L’uomo c’è ma ancora non (si) vede.
Come piccole particelle, portano in grembo una rinascita forse sofferta, un dare luce senza nitidezza, come gli occhi di un bambino nei primi istanti di vita, che per chiusura mantengono aperti speranza e futuro, come i cancelli del cielo e i tramonti di senso.

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Dalla mostra “Percorsi intimi” Misterbianco (2001)

Giuseppe Condorelli

Immagini suggestive, addirittura vicine alla pittura, quasi oli immateriali della sua memoria. I suoi scatti, “un altro modo – conferma l’autore – di guardarmi allo specchio”, liberano, infatti, una fortissima componente autoreferenziale, siano essi le volute barocche di un’inferriata o quelle più austere di un balcone (tentativi di fuga? Paure infantile dell’oltre?); un’anta appena accostata dalla quale il chiarore di un pianterreno muore in una polvere diffusa; ancora, un’imponente agave il cui profilo aguzzo si attenua in un contorno di cielo impreciso. E se l’apparentemente difficile decifrazione spaesa e confonde lo sguardo, ad un guardare più attento, le fotografie di Angelo Zzaven costituiscono invece una sorta d’album dei ricordi di tutti, proprio perché indeterminate sono le nostre memorie, ugualmente vago il tentativo di riappropriarsene se non nei contorni della visione. Ecco perché Zzaven sceglie l’oltranza tormentata dello “sformato” e dell’evanescente, come se le sue immagini – nonostante i contrasti assai netti – siano sempre sul punto di dileguarsi. Zzaven suggerisce ellissi di desiderio senza nome: i luoghi trasfigurati di un tempo, i tagli scabri ed essenziali delle stagioni dei ricordi di un bambino che ha sperimentato la gioia e il dolore d’esistere.

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dalla mostra “Luoghi della memoria 1999
Pippo Pappalardo

…penetriamo nel reale immaginario raccolto da Angelo Zzaven, un professionista che riserva alla ricerca fotografica il recupero della sostanza emotiva del suo passato. L’autore ha alle spalle un lungo tirocinio, svolto anche con prestigiosi nomi della fotografia internazionale, dal quale ha tratto una tecnica assai personale ma utile per dare sostanza agli echi della sua memoria. Solitudini e paure della sua infanzia sono raccontate sfruttando la rappresentazione di “particolari” così come può vederli un bambino (l’altalena è alta, pende dal cielo, occorre che qualcuno ci sollevi; le panchine, le inferriate ci coprono l’orizzonte, lo imprigionano; una banale sedia può chiuderci la visione dell’universo, accecarci). Questi particolari oggi vengono riproposti in fotografia, immersi in una luce irreale e privati di una tangibile materialità: si sono trasformati in chiavi per penetrare nel “posto delle fragole” e verificare se ci fu, in quel tempo strano che non recupereremo, qualcuno che ci chiamò, che ebbe bisogno di sentire il racconto delle nostre scoperte.

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