Tentativo vano di ricordare 2014/2016

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Testo critico di Oscar Meo che accompagna la pubblicazione del mio portfolio sul n. 67 di Gente Di Fotografia.

Come in altri titoli dei suoi portfolio (si ricordi quanto meno quello pubblicato nell’ormai lontano 1999 nel n. 22 di questa stessa Rivista, con testo critico di Enzo Carli: Luoghi della memoria), anche in Tentativo vano di ricordare Angelo Zzaven riassume il senso complessivo della sua attività, che ne fa un caso particolare nel panorama artistico contemporaneo: ricercare – con l’ausilio dell’immaginazione – il legame fra il proprio passato e il presente. Questo non significa che a guidare la sua ricerca sia l’intento di restituire (o ricostruire) eventi e luoghi precisi; anzi: lo sperimentalismo che contrassegna la sua opera non ha nulla a che vedere con l’ancoraggio puntuale alla traccia mnestica e appare svincolato dal “peso” ottico degli oggetti nella loro reale fenomenicità.
C’è, nei lavori di Zzaven, un’intenzione autoriale che sarebbe sminuente chiamare “intimistica”. Essi ci fanno comprendere quanto sia povera la tesi riduzionista che ha accompagnato la fotografia fin della sua nascita: in quanto medium “trasparente” (dileguante e puramente oggettivante), essa sarebbe inevitabilmente condannata alla dipendenza passiva dall’oggetto, cui l’immagine è collegata da un rapporto di causalità. L’immagine fotografica non potrebbe perciò avere il valore di una rappresentazione artistica. Le foto di Zzaven sembrano piuttosto corroborare quanto Susan Sontag scriveva già negli anni ’70 del secolo scorso, ossia che la fotografia ha superato il limite della riproduzione realistica e “ha fatto proprie tutte le conquiste antinaturalistiche della pittura”.
Il processo di progressiva astrazione e di superamento della referenzialità ha sicuramente subito un ulteriore impulso in epoca più recente grazie all’avvento della tecnologia digitale, della quale Zzaven fa ormai da molti anni uso, ma motore della sua produzione rimangono un’immutata vis immaginativa e la vocazione alla sperimentazione metafotografica, alla riflessione sul medium dall’interno del medium, sulle sue possibilità e sulla sua duttilità espressiva. In lui questo avviene anche tramite il soffermarsi sulla qualità affettiva dell’oggetto, sul suo rapporto con la vita, le impressioni, le pulsioni intime non solo del fotografo, ma anche dell’osservatore.
Secondo Arnheim, che pensa soprattutto all’istantanea e all’attività del fotoreporter, la fotografia ha un rapporto irriducibilmente “primario” con l’ambiente, da cui scaturisce: il suo incontro con il mondo consiste nella proiezione ottica dell”’involucro delle cose” e nella loro trasformazione con mezzi tecnici; di conseguenza, essa percorre un cammino “dal fuori al dentro”, e dunque inverso rispetto a quello della pittura e della scultura, che non traggono origine dal mondo visivo che ritraggono. In Zzaven vi è piuttosto il compimento di un’intenzione non oggettivante, che parte dal “dentro” e – passando per il confronto con il “fuori” – al “dentro” ritorna. Percorso profondo, che ci porta più vicino alle premesse fondamentali del fare fotografico e rimanda ai modelli storici di sperimentazione in direzione dell’astratto. Zzaven ricorda (e ci ricorda) che la fotografia è nella sua essenza un “disegnare con la luce”, che il fotografo può modificare le cose e gli eventi naturali (alberi, paesaggi) o artificiali (i segni della civiltà, come aerei e pali elettrici) senza fare a essi violenza ed evitando che essi facciano violenza a noi.
L’indefinito, lo sfocato, lo sfumato, la dissolvenza, la moltiplicazione delle figure e il loro sovrapporsi (il loro rinunciare a farsi Gestalten), il bianco e il nero (i colori non-colori della memoria e dell’irrealtà) fanno sì che, come per lo più accade nel processo mnestico, le cose e gli eventi diventino impalpabili, vengano evocati confusamente e non fissati nella loro vivida realtà fenomenica, siano sospesi fra l’essere e il non-essere, siano oggetto di una “visione” interiore quasi metafisica, di uno sguardo trasfigurante. Il tempo stesso è coinvolto in modo radicale in questa ambigua situazione di “lontana vicinanza”: esso appare nebuloso, indefinito, dilatato nel processo astrattivo, nel disfarsi della trama nitida della realtà; non è il “qui e ora” dell’istante fotografico, ma il tempo vissuto, soggettivo del ricordo, in cui Zzaven pare teso a cogliere – al di là del fenomenico – il significato del passato e del presente nel loro indissolubile rapporto. La ricerca della fusione dei due orizzonti temporali, impensabile se si resta ancorati alla visione oggettivante del “realismo”, diventa possibile nella visione astraente, che modifica lo sguardo del soggetto autoriale e dell’osservatore. Sebbene sappia che ciò è reso possibile dagli effetti ottici ottenuti tramite la rielaborazione dell’immagine, l’osservatore è chiamato a ignorare l’intervento del medium, che tende bensì a diventare “trasparente”, ma di una trasparenza che assume un senso diverso da quello inteso dai critici “realisti”: il senso dell’aspirazione a ricongiungersi con il passato, all’incontro con l”’immagine vana”, con l’eìdolon fantasmatico del sogno e del ricordo. Oscar Meo
Note: Susan Sontag, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società, trad. italiana di Ettore Capriolo, Einaudi, Torino, 2004. p. 127Rudolf Arnheim, “Splendore e miseria del fotografo”, trad. italiana di Antonio Serra in Id., Intuizione e intelletto. Nuovi saggi di psicologia dell’arte, Feltrinelli, Milano 1987, p. 140

Testo critico di Giuseppe Condorelli prefazione al libro

LA MEMORIA DIROCCATA

Avevo definito lo stile fotografico di Zzaven una vera e propria metafisica dello scatto. Anzi: impressioni per immagini, dilatate verso un limen coscienziale, soffuso e apparentemente discreto ma carico dei materiali interiori di chi ha rivolto l’obiettivo dentro.

Anche i suoi lavori più recenti mostrano come questa ricerca filosofica per immagini abbia raggiunto un punto di non ritorno. Letteralmente. Sono infatti immagini di una apparenza: come l’Ulisse nell’Ade che non può toccare i morti, esse non riescono ad abbracciare un senso compiuto, a segnare una traccia certa.

Così la memoria caotica e disordinata di questi scatti diventa mano a mano babelica e il tentativo di “rappresentare i ricordi con le immagini” una ossessione: ciò che Zzaven vorrebbe mostrare o testimoniare si confonde, si accavalla. Non c’è sequenzialità: la combinazione squilibrata di luoghi, persone e ricordi diventa incapacità di “vedere bene”, di mettere a fuoco anche con l’obiettivo. Sono “fantasmi”, perciò, anche nel significato neurologico: ricordi di una parte di sé persistenti, necessari, che si protraggono ancora, per anni, anche dopo la loro perdita. Ed è proprio la memoria l’arto perduto di Zzaven. Sono le immagini di una impossibilità, di una vocazione alla stasi, al silenzio beckettiano, circonfuse da un lucore da caverna platonica, uno stillicidio di pixel come attraverso una garza e continuano a perdere consistenza come se fossero per non essere più: esse errano – il doppio senso è voluto e sottolineato – tra affermazione e cancellatura, incagliate da una bonaccia sinaptica su un territorio che non è più tracciabile.

Il linguaggio fotografico di Zzaven non prende il sopravvento sui contenuti della sua narrazione, sull’articolazione di senso che ancora può essere espresso: è piuttosto un codice dell’incerto che a noi pare evocare “The sinking of Titanic” di Gavin Bryars, una composizione in cui si mescolano indeterminatamente suoni, voci e rumori, proprio perché indeterminabili sono le reminiscenze, ugualmente vago il tentativo di riappropriarsene se non nei contorni di una visione precaria.

Ma è proprio questo l’unico punto “a fuoco”: è in questa presenza dell’assenza che Zzaven, negando la sua capacità di ricordare, riafferma se stesso: io non ricordo ma so di non ricordare.

La coscienza di questo dovere fa di questa sua memoria diroccata, dell’oblio puntiforme di queste immagini, depositate sulla zattera di un naufragio imminente e immanente, “un tentativo a cui mi aggrappo ostinatamente, per ritrovarmi, rincontrarmi, riconoscermi”: è un itinerario di salvezza tutto laico che pare rifondare, ma solo per barlumi, le proprie coordinate esistenziali: alla fine, il taglio secco nella memoria di Zzaven pare ineludibile.

Se dunque può darsi una retorica nelle fotografia di Zzaven è quella dell’antonomasia: l’oggetto, l’idea che non si ricorda, rappresenta tutti gli oggetti o le idee che non si ricordano. Alla topica dell’ineffabile subentra il black-out neuronale: non c’è più narrazione. La memoria si sfolla, il filo s’ingarbuglia e “il calcolo dei dadi più non torna”.

Le madeleine sono finite.

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Testo di Giuseppe Cicozzetti Per le pagine facebook (Scriptphotography) e (The Factory)

Simile è la memoria a uno specchio rotto i cui pezzi si agitano per ricomporsi. Noi siamo quello che ricordiamo; il tempo, le vicende umane ne dilatano e confondono i contorni e tutto lotta per riprendere forma nella nebulosa e affollata galassia di frammenti. Una lotta struggente e implacabile combattuta sul piano della propria identità perché, come si è detto, l’uomo senza memoria è un uomo che non ha vissuto. La fotografia, fin dal suo nascere, ha accettato la sfida a dissipare i vincoli delle catene che l’avrebbero voluta “riproduttrice dell’oggettivo”, provando cioè ad ammutinare la connessione con il reale per farsi “interprete dell’invisibile”. Sfida concettualmente epocale che ha chiamato il mezzo tecnico a farsi medium tra due conoscenze, due diverse consapevolezze – visibile e invisibile – che hanno radicalmente modificato il modo di fotografare e dunque di rappresentare ciò che sappiamo vivere dentro ognuno di noi. Il tema della memoria, la sua rappresentazione è ormai un ‘topos’ ben frequentato, segno di un sopraggiunto e maturo codice linguistico. E ora la memoria, una volta evasa da una tradizione letteraria che vive tra le pieghe della scrittura o nelle parole ricordate della tradizione orale, si offre alla nostra vista. La memoria è lì, in quel rettangolo di carta impressionato dalla luce e con cui stabiliamo una relazione di connessioni. Il fotografo Angelo Zzaven, e a confermarlo è il suo lungo lavoro, ha cara la memoria dei luoghi, quasi come volesse restituirgli il ruolo primario dello svolgersi dei giorni dell’uomo. Con “Tentativo vano di ricordare” la sfida di una rappresentazione che per sua natura deve discostarsi dalle lusinghe rugginose, Zzaven ci dice che la memoria, qualora si intenda riannodarla, ci conduce in un territorio offuscato, disordinato, affollato da schegge e lampi che altro non desiderano che essere collocati nella loro giusta posizione spazio-temporale. Ma il conflitto, che nella sua fase preliminare è ribollente massa magmatica che attende d’affiorare, si placa più tardi agli ordini visuali del fotografo secondo un ordine prestabilito nel quale l’oscurità come il violento riverbero sono parti consustanziali del proprio linguaggio. Tutto ci appare ma è solo un momento, poi si dilegua, si ritrae furtivo perché si accomodi l’allusione e dunque Zzaven ci invita alla decrittazione d’un reale che ha perduto ogni materialità. Nell’evanescenza del pur forte contrasto – segnalo il robusto equilibrio del chiaroscuro – intravvediamo quel tanto che conosciamo tutti, che ci è noto e che ha segnato in qualche modo, anche distrattamente, la nostra esistenza: il mondo là fuori ci è noto ma è offerto attraverso la filigrana lacerata di una memoria da compattare. In questo Angelo Zzaven si dimostra assai abile. E attento, munito cioè di quella cura che ognuno dei ricordi merita. Ecco dunque ricomposte come in un puzzle rinvigorito da lunghe e multiple esposizioni le schegge dei ricordi, e come i tasselli di un puzzle attendono pazientemente di contribuire alla formazione dell’immagine, così le schegge visive di Zzaven attendono il loro turno per allinearsi tra le pieghe di una memoria che fuoriesce dagli argini dell’esperienza personale per divenire collettiva. Le fotografie di “Tentativo vano di ricordare”, a dispetto del titolo, riescono là dove l’incedere del tempo vorrebbe imporre il suo dominio; là dove la Storia si dilegua nella cronaca; là dove l’oblio vorrebbe comandare sulla memoria e stendere il suo nero velo. E noi, poiché amiamo gli uomini che hanno caro il sentimento della memoria e ancora più cari ci sono i fotografi che con il loro lavoro intendono celebrarne l’esistenza, non possiamo non apprezzare un progetto autoriale come “Tentativo vano di ricordare”. Osservandolo sentirete come una voce, flebile all’inizio, quasi timida ma che con il passare delle immagini si fa sempre più forte, chiara e riconoscibile. E tra i riverberi riconosceremo quelle voci: esse sono le nostre.

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